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Song to Song 20: la musica dei Radiohead. terza parte

Avventure ossessive di un ascoltatore. Trenta canzoni perfette, da Eno a Monteverdi, raccontate a cavallo tra musica e altre discipline da Gianluigi Ricuperati

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un frame del piano sequenza del video di “No Surprises” diretto da Grant Gee

No Surprises

Ma come operare? Partire da me? Ovviamente. Sarebbe troppo facile. Le operazioni utopiche sono come le tredicenni davanti allo specchio, e devono passare da sforzi molto basici per guadagnarsi la stima di sé: lavarsi, provare, riprovare, cambiare, truccarsi, truccare. Muoversi. Telefonare. Chiedere pareri. Trattare cose serie come cose frivole. Trattare cose frivole come cose serie.

I Radiohead sono una cosa seria. I Radiohead sono una cosa frivola.

I Radiohead, in questo specchio che sto cercando di immaginare, hanno sempre tredici anni e si truccano continuamente. Fanno una sedia e la provano subito, e annunciano al mondo di poterne vendere a decine. La questione dei Radiohead, come ogni questione estetica rilevante, lotta con il Grande Numero (la società di massa secondo una definizione in voga negli anni Sessanta) senza farsi annientare dal Grande Numero. Forse il modo di procedere è proprio quello dell’uomo della sedia – annodare, incastrare, sedersi in mezzo alla strada e poi sedersi sul prodotto del proprio lavoro e mentire con passione – ce ne sono altre, ne posso vendere quante ne volete. E urlare al buio, naturalmente, dove nessuno può acquistare alcunché.

Scrivere di musica è un esercizio spirituale devastante. Immagino qualcuno che cerca di rendere conto con parole di tutti gli orgasmi della propria vita. Immagino quei volumi su Mozart e Beethoven con l’intero regesto delle opere ordinate secondo numerazioni classificabili, K-seguito-da-un-numero, con quei titoli da opera buffa, Signori il catalogo è questo. Ricordo la vertigine di quando avevi tredici anni e non ti guardavi allo specchio ma formulavi pensieri sulla totalità, insopportabili monumenti a tutto ciò che sta tra l’inganno convenzionale dell’Alfa e l’inganno convenzionale dell’Omega.

Sento la necessità di partire da una formula. Forse è davvero un esercizio spirituale. C’era un versetto / c’era una formula, cantava David Byrne in Crosseyed and Painless. Quello che sto cercando di costruire è un catalogo di cose successe mentre cose un tempo pensate e successivamente registrate venivano momentaneamente riprodotte nello spazio – nell’aria – nella radio – nella testa. Centinaia di frasi che iniziano con I Radiohead sono il gruppo più importante del mondo perché. Perché sono un modello di evoluzione convincente oltre misura, come lo sono stati i Beatles: da artisti di talento ad artisti compiuti, da artisti compiuti ad artisti re-inventati, da artisti re-inventati ad artisti dominanti.

Perché in tutto questo hanno mantenuto un rigore comportamentale encomiabile, e la retorica della musica giovanile funziona come una gang, e questa gang peraltro si è estesa ben oltre i confini della gioventù – e le gang sono moraliste fino a quando tutti i membri non sono diventati dei traditori. I Radiohead sono rimasti vitalmente coerenti. Non ricordo cazzate. Non ricordo dichiarazioni insulse. Non ricordo collaborazioni assurde. Annoto altresì che ci sono motivi oggettivi, statistici, per cui ratificarne la statura colossale. Perché Ok Computer è stato l’ultimo grande LP a definire e rifinire l’idea stessa di LP, prima dell’avvento dell’era digitale. Perché Kid A è stato un inno fittizio, iperbolico, precisissimo, alla terrificante liquidità che si annunciava con l’avvento dell’era digitale.  Perché il gesto di vendere il nuovo disco soltanto on-line, con quel magnifico design della pagina web in cui si può donare la cifra che si ritiene appropriata: e questo proietta i cinque di Oxford nel territorio dei giusti – fuori dalla discografia tradizionale. Perché – certo – le melodie di certe canzoni sono memorabili.

Ma questa è materia per Alex Ross. E il resto è materia per la filosofia del pop. Io posso dichiarare che No Surprises è entrata una volta in un sogno avvenuto in un momento terribile, un momento di morte e sconfitta – e non sono metafore – credo si trattasse dell’inverno del 1998: il carillon stilizzato su cui si regge No Surprises era la colonna sonora di una scalinata che nel sogno conduceva a qualche genere di ‘poi’ – e che svegliandosi, da lì in avanti, ha coinciso con qualche genere di futuro affrontabile.

Posso anche aggiungere che potrei tracciare con la matita l’equivalente psichico del terrore politico provato ogni volta che ho ascoltato Like Spinning Plates – una canzone che ‘parla di’ soldati semplici in Iraq, e della distanza stellare che li separa dai decisori. Ecco – la ragazzina di tredici anni smette di truccarsi, si avvicina allo specchio, ci alita contro, e per incanto, nella condensa a forma di nuvola, davanti a suoi occhi, si materializza il profilo di un fratello mandato a farsi massacrare.

 

Alcuni fotogrammi del piano sequenza del video di “No Surprises” diretto da Grant Gee