Capsule Digitale

Song to Song 4: Discreet music

Avventure ossessive di un ascoltatore. Venti canzoni perfette, da Eno a Monteverdi, raccontate a cavallo tra musica e altre discipline da Gianluigi Ricuperati

Social Share

Brian Eno, © Opal Ltd

Pensare alla Musica – darle parole come si da acqua a una pianta, associare forme mentali composizioni musicali – è l’esercizio di prosa più assoluto ricco e sfiancante che ci sia, per chi veleggia nel vano tentativo di restituire alla Musica quella dose di Piacere-Senso che ti regala senza sosta, provando ad occupare lo spazio di mezzo tra la scrittura critica ‘scientifica’ (che è talvolta lontana dal piacere) e la soddisfatta afasia del puro sentire (che non ha bisogno di senso perché è puro piacere). Chi scrive pratica questo esercizio dall’alba della sua vita culturale, e con questa rubrica prova a condividerla raccontando alcune canzoni perfette.

Discreet music, Brian Eno 1975

Due persone pensano, e parlano, a distanza di decenni e provenienze. Il primo è uno scrittore, e dice:

‘’La musica è la migliore consolazione già per il fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole. Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. Le si crede senza riserve, poiché ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi altra cosa che sembri umanamente possibile, e questa libertà redime. Quanto più fittamente la terra si popola, e quanto più meccanico diventa il modo di vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera storia vivente dell’umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c’è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare, perché altrimenti si studia invano.”

Il secondo è un musicista, e dice:

‘’Ho realizzato questo disco utilizzando (per gli standard odierni) gli strumenti primitivi della prima musica elettronica: un sintetizzatore AMS, con un semplice sequencer, un equalizzatore grafico (che permette di modificare il timbro dell’uscita del sintetizzatore), un Gibson Echoplex e due registratori a nastro Revox. Tutti questi strumenti erano piuttosto fallibili.
Il sintetizzatore tendeva a stonare gradualmente man mano che si riscaldava e comunque la tastiera non era una tastiera standard a “temperamento equabile” come quella che si trova oggi su qualsiasi sintetizzatore commerciale: si iniziava a lavorarci accordando le ottave, il che, insieme al pitch scorrevole, lasciava un certo margine di variazione.’’

La musica in questione è uno dei primi esperimenti di cosiddetta ‘ambient’, un pezzo di circa mezz’ora composto da due sequenze indipendenti. Le due sequenze vengono ruotate separatamente a destra e a sinistra e si ripetono in loop di lunghezza leggermente diversa. I due loop interagiscono per formare combinazioni diverse a ogni ripetizione.

Cosa potranno mai avere in comune queste frasi ?

Se pensate alle parole dello scrittore, tratte da ‘La provincia dell’uomo’ di Elias Canetti, mentre ascoltate il capolavoro del musicista, ‘Discreet Music’, forse Il brano strumentale più indimenticabile e perfetto di Brian Eno, tutto all’improvviso vi apparirà chiaro: suoni sublimi, idee che arredano la mente, fughe della ragione nella logica dell’Ambiente. Si tratta di un’opera pensata per abitare un’epoca in cui le parole finiscono, per non finire mai.

La copertina dell’album “Discreet Music” di Brian Eno EG – 1975/2004

L’interno dell’album con l’inserimento di un Operational diagram for “Discreet Music”